Paternopoli

Posto ad una altezza di 496 mt. sul mare, presenta un terreno florido e particolarmente adatto alla produzione di uva e di olivi. In funzione di ciò è facile intuire come l’economia locale sia basata essenzialmente sull’agricoltura e sull’artigianato, che affonda le proprie radici nella notte dei tempi.
Paternopoli è un paese antico, legato alle proprie tradizione ma con un occhio di riguardo per le innovazioni che possono migliorarlo.

Proprio per questo, oggi, il territorio di Paternopoli fa parte, insieme ad altri 17 comuni irpini, del comprensorio D.O.C.G.
Perchè Manimurici

La propaggine collinare che costituisce l’estremità meridionale del territorio di Paternopoli, oggi suddivisa nelle contrade San Quirico, Mattine e Pescocupo, fu chiamata, dai Romani conquistatori, Manimurci (Fonte di Venere).

In questa zona, fra il IV ed il III secolo a.C., era stata introdotta, da coloni greci, la coltura del vitigno ellenico, termine volgarizzato nel tempo in Aglianico, trovandovi le condizioni ideali per il proprio sviluppo in un microclima reso stabilmente asciutto dalle correnti provenienti dalla valle dell’Ansanto, sature di esalazioni sulfuree, e nel terreno compatto, argilloso-calcareo misto a materiali vulcanici, povero di sostanze organiche e ricco di elementi potassici e fosfatici, tali da conferire al vino l’inconfondibile gusto morbido e rotondo, con un lieve aroma di marasca, di viole di bosco e di spezie.

In età romana, il vino aglianico prodotto in località Manimurci, venduto nelle Tabernae disposte lungo le vicine vie Appia e Napoletana, fu, di certo, apprezzato dal poeta latino Virgilio, nel 42-43 a.C., dallo storico greco Strabone, nel 40 a.C., dal filosofo dì origine spagnola Seneca, nel 19 d.C., dallo scrittore latino Plinio il Vecchio, nel 77-78 d.C., dal poeta latino Claudiano, nel 400 d.C., e da quanti altri vennero a rendere omaggio alla dea Mefite.

Nel 1142, Guglielmo, figlio del re normanno Ruggero, per assicurarsi i favori dell’influente clero irpino, donò all’Abbazia dì Montevergine ecclesiam Sancti Clerici cum omnibus pertinentiis sui vineis (la chiesa di San Quirico in località Manimurci — con tutti gli annessi suoi vigneti).

Nel corso del medioevo, l’aglianico prodotto a Paternopoli conquistò le tavole del clero e della nobiltà non solo irpina, ma anche napoletana, il che favorì la diffusione della vite sull’intero territorio, tanto che, nell’inventario dei beni della Cappella di Maria Santissima della Consolazione, redatto il 29 marzo 1627. si registra la presenza di ben 10 vigneti posseduti dalla stessa e, nell’inventano dei beni della Chiesa di San Nicola, redatto il 22 giugno 1720, assommano a 41 i vigneti di sua proprietà.

Tuttavia, a tutela della qualità dell’aglianico, il decurionato di Paterno (oggi Paternopoli), presieduto dal sindaco Ciriacantonio Modestino, con delibera del 15 dicembre 1848, fissò il prezzo dei vini in grana ottanta il paio per quelli buoni prodotti con uva proveniente da viti coltivate in zone sopraelevate (i fra tutte l’antica Manimurci, oggi suddivisa nelle contrade San Quirico, Pescocupo e Mattine), e grana settanta per quelli di luoghi bassi.

Immutate nei secoli, in tempo di vendemmia, lunghe teorie di donne, reggendo in bilico sul capo le gerle ricolme di grappoli maturi, discendevano le alture di Manimurci, lungo gli usitati sentieri, dirette ai luoghi di vinificazione.

I vini prodotti nella zona collinare dell’antica manimurci erano, prevalentemente, destinati alle tavole dei notabili napoletani. In minor misura allietavano gli ozi della classe abbiente locale.

 

 

 

   

Created by ing. Felice Pescatore